Non fare aste di titoli c’è costato 200 miliardi

Si potevano emettere più Btp. E con la sola BCE l’Italia avrebbe già in cassa le risorse di cui ha bisogno.


La produzione industriale italiana collassa nel mese di marzo a -28,4% rispetto febbraio e gli analisti di CERVED stimano una perdita di fatturato per le imprese italiane fra i 348 ed i 475 miliardi nel 2020 a seconda degli scenari ipotizzati: male o malissimo.

Secondo Confcommercio poi circa 270mila imprese rischiano di chiudere. Soprattutto nel settore della ristorazione dove la prevista ripartenza si trasformerà in un incubo dal momento che il Governo imporrà una distanza di quattro metri fra i tavoli.


Chi mai potrà indennizzare i ristoratori che nella migliore delle ipotesi potranno incassare a regime un quarto dei coperti disponibili?


Dal cilindro di Giuseppi e Gualtieri spunta infine il coniglio arrosto. A fronte di risibili contributi a fondo perduto, sembra si voglia infatti riconoscere un credito di imposta pari al 110% degli investimenti (ovviamente green) che verrebbero fatti.


Chi non vorrebbe infatti mettere coi tempi che corrono pannelli solari nei negozi vuoti? Alla base di tutto vi è la convinzione che non vi siano soldi da immettere nell’economia se non ricorrendo al Mes. Ma è veramente così?


Le emissioni di titoli di Stato previste nel 2020 prima dello scoppio della pandemia erano pari a 370-380 miliardi.


Soldi che servono a rimborsare bond in scadenza ed a finanziare il deficit programmato nel frattempo aumentato di ulteriori 55 miliardi. Il tutto, ovviamente, ammesso e non concesso che il prossimo decreto sia approvato. Visto che prima lo chiamavano “aprile”, poi “maggio” ed infine “rilancio” con ciò gettando una luce sinistra (è proprio il caso di dirlo) sulle tempistiche di delibera.


Ma lo Stato italiano può trovare i soldi che servono? Per rispondere basta guardare ai risultati delle aste concluse nel primo quadrimestre.


L’Italia ha emesso Bot, Cct e Btp per quasi 141 miliardi a fronte di una domanda potenziale di circa 232. Se solo il Tesoro avesse voluto, avrebbe quindi già incassato 90 miliardi in più con cui far fronte all’emergenza.


E questo è l’esito delle sole aste perché in realtà Gualtieri avrebbe a disposizione un secondo strumento per collocare i bond ricorrendo ai cosiddetti sindacati di collocamento ovvero gruppi di banche specializzate nella vendita di titoli in operazioni fuori asta. Ed anche qui le sorprese non mancano.


Nell’ultima decade di aprile il Mef ha dato incarico ad un pool di banche composto da Banca IMI, JP Morgan, Bank of America, Nomura, Societè Generale e Deutsche Bank di collocare complessivi 16 miliardi di BTP con scadenza rispettivamente a 5 e 30 anni ottenendo una straordinaria risposta visto che gli investitori hanno chiesto carta italiana per circa 110 miliardi.

Di nuovo, se anche qui il Tesoro avesse voluto, avrebbe portato a casa almeno altri 90 miliardi da iniettare subito nell’economia.


Una domanda di titoli alimentata anche e soprattutto dallo straordinario programma aggiuntivo di investimenti messo in campo dalla BCE per rispondere all’emergenza COVID.


Un budget di ulteriori 750 miliardi rispetto a quanto già programmato col PSPP messo all’indice dalla Corte di Karlsruhe. In pratica la fetta dell’Italia, che ha una quota di capitale in Francoforte pari a quasi il 14%, risulterebbe pari ad altri 103 miliardi che scendono circa a 70 tenendo conto degli acquisti nel frattempo operati dalla BCE.


Ricapitoliamo. Mettendo insieme la domanda insoddisfatta in asta, quella non coperta nei sindacati di collocamento e la quota della BCE l’Italia avrebbe potuto contare su un polmone finanziario aggiuntivo di circa 250 miliardi. Ipotizziamo pure che questa cifra sarebbe diminuita del 30% a fronte di una strategia finanziaria italiana sul debito più aggressiva.


Sarebbero comunque soldi pronti ad essere investiti in debito italiano senza analisi di sostenibilità, memorandum, sorveglianza post programma e supercazzole varie.


Perché quindi ricorrere ai 37 miliardi del Mes che non si aggiungono a quei pochi in più che Giuseppi pensa di spendere (55 per l’esattezza) ma ai prudenziali 180 che gli investitori e BCE avrebbero già messo nei nostri titoli se solo avessimo fatto più debito?

Articolo di Fabio Dragoni


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