L’ultima beffa grillina: reddito di cittadinanza anche a chi lavora

Non si ferma la corsa al sussidio ideato e promosso da quei 5 stelle che al tempo erano sulla cresta dell’onda, idealizzati come paladini della giustizia e migliori amici del popolo italiano. Le statistiche, come riporta il report dell’Osservatorio su Reddito e Pensione di Cittadinanza, aggiornato a febbraio 2022, fa sapere che i nuclei percettori di reddito di cittadinanza sono più di un milione, comprendendo 2,48 milioni di persone.

L’inghippo sta proprio in questa differenza: nucleo familiare e persone fisiche che percepiscono il sussidio assistenziale. Ciò sta alla base, infatti, di quel fenomeno che tutti criticano ma che – alla fine – nessuno fa niente per arginarlo: le migliaia di persone che lavorano nonostante la percezione di denaro mensile. Quando si parla di “lavoro” non si intende lavoro in nero ma veri e propri contratti, più o meno agevolati, probabilmente non a tempo indeterminato ma comunque regolarizzati. Come è possibile? La legge che regolamenta la percezione del reddito di cittadinanza afferma che nel momento in cui un percettore ottiene un’occupazione – qualunque essa sia -, questo sia obbligato a comunicare al Caf di competenza l’informazione, che provvederà a far decadere il sussidio. Ciò però non succede, come abbiamo potuto riscontrare personalmente: “Non è possibile esentarti dal reddito, a meno che non venga escluso tutto il nucleo familiare dal sussidio”. Ciò è stato riferito a un uomo, che ha la residenza in un’altra città rispetto ai parenti, da parte del Caf.

La problematica è quindi puramente burocratica e, se da una parte è inevitabile costatare che i furbetti dai soldi in tasca e il reddito di cittadinanza in casa ci sono sempre stati, c’è da ammettere che molte persone si trovano in una situazione di difficoltà dovendo far fronte a questa problematica che sembra irrisolvibile. Andare contro la legge e lavorare oppure togliere il sussidio a tutta la famiglia? Il vuoto legislativo sta proprio nella decisione dei 5 stelle – all’epoca – di intestare il reddito di cittadinanza non nominalmente, ma a nucleo familiare: ciò vincola, inevitabilmente, le persone che trovano un impiego a dover cambiare la residenza per essere nei paramenti di legge. Il beneficio erogato, infatti, si basa sull’Isee familiare – come se tutti coloro appartenenti allo stesso nucleo vivessero insieme – e mette nella posizione di togliere la somma di denaro a tutti i componenti se uno di loro percepisce uno stipendio, a prescindere di quanto esso sia.

“Ho trovato un’occupazione – racconta un percettore di reddito di cittadinanza – e, come la norma sancisce mi sono subito attivato perché mi venisse tolto il sussidio, rivolgendomi agli organi di competenza. La risposta che mi è stata data mi ha messo di fronte a una decisione importante: lasciare il lavoro o sacrificare i miei familiari, che vivono in un altro comune, togliendo a mia madre malata e mia sorella che si occupa di lei, la possibilità di beneficiare di quel sussidio che è utile alla loro sopravvivenza? Con il mio stipendio– continua – non riesco assolutamente a sostenere i bisogni dei miei familiari ma, allo stesso tempo, mi è difficile cambiare residenza. Non mi piace essere additato come uno di quelli che frega lo Stato, ma non trovo soluzione a questo problema”.


Come lui, molte le persone che si trovano in questa situazione, frutto sicuramente della fretta di un Movimento che ha voluto colpire la pancia del paese regalando speranze e opportunità solo sulla carta, non facendo caso, evidentemente, alle conseguenze tecniche, reali e concrete che si sarebbero riversate sulle famiglie. Ed è così che, quello che veniva osannato come un sussidio indispensabile e la misura più progressista, umanitaria e altruista che la politica avesse mai fatto, si riduce, inevitabilmente, a un comodo extra per cene fuori e vizi vari.

245 visualizzazioni0 commenti