L’UE sgancerà i soldi solo nel 2021, intanto ci spinge a firmare il Mes.

I fondi promessi da Bruxelles cominceranno ad essere disponibili nel secondo semestre del prossimo anno. Il sospetto, convalidato dai “suggerimenti” degli eurolirici, è che la tempistica non sia affatto casuale.


“Un piccolo sforzo di fantasia forse si poteva fare per cambiare nome a questo MES” disse Fabio Fazio conduttore della trasmissione Che Tempo Che Fa ad un imbarazzatissimo David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, che fra tanti sospiri ed esitazioni provava a convincere più sé stesso che i telespettatori in merito ai grandi sforzi che l’Eurogruppo stava a suo dire facendo per supportare l’economia italiana appunto descrivendo la soluzione del Fondo Salva Stati. Era il 12 aprile e da allora sono passati quarantasei giorni. E questo sforzo di fantasia è stato finalmente partorito. Il nome è lungo ed il conte Mascetti di Amici Miei non avrebbe potuto coniare di meglio in una delle sue ormai proverbiali supercazzole. Signore e signori ecco a voi lo European Recovery Instrument meglio noto come Recovery Fund. Un’accozzaglia di prestiti e sussidi comunque da restituire sotto forma di trasferimenti ed eurotasse con cui l’Unione Europea accredita fondi perché siano spesi come dice lei, alle condizioni che dice lei da spendere dove decide lei e quando decide lei. Lo ha spiegato come meglio non si potrebbe il Vicepresidente della Commissione UE Valdis Dombrovskis. Il lettone che di mestiere fa il tutore del Commissario Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano discendente del conte Ottorino (di titolo come il Mascetti ma non di cognome come Giuseppi).


Un italiano alla guida degli affari monetari, sebbene di provata fede europeista come testimonia anche la sua uscita di ieri con cui ha definito il Recovery Fund “una accordo storico” ma “la curva del debito va tenuta sotto controllo”, va comunque marcato a uomo tipo Gentile con Maradona a Spagna 82 ed il nostro Valdis ci spiega candidamente in cosa consista il nuovo strumento.


I fondi del Recovery Plan “arriveranno agli stati membri in tranche legate ad obiettivi di riforma” specificando laddove non fosse ancora stato sufficientemente chiaro che se gli stessi Paesi beneficiari (ma anche contributori) non rispettano “le priorità stabilite dall’Ue” e “non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata”. Sì insomma la Grecia.


“Dare soldi vedere cammello” sembra quindi essere la regola aurea cui si ispirerà la gestione del nuovo strumento. Ti anticipo i soldi che mi darai a patto che ci compri le scarpe e non da mangiare anche se non sei scalzo ed hai lo stomaco vuoto.


E siccome il Recovery Fund somiglia tantissimo al Mes tanto da apparirne il gemello omozigoto, a questo punto tanto vale ripensare subito al Fondo Salva Stati dal momento che, ben che vada, questi soldi cominceranno ad essere disponibili e negoziabili nel secondo semestre 2021. Si insomma il Mes è come la peperonata. Si ripropone sempre. Il Corriere brucia tutti sul tempo con il solito Federico Fubini che intona il coro con un giorno di anticipo: “Il Governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes”. Repubblica segue a ruota il giorno dopo e mentre suona la fanfara sull’ennesima svolta dell’UE con l’approvazione del nuovo fondo Tommaso Ciriaco spara la conferma che tutti messianicamente attendevamo. Palazzo Chigi “torna a valutare seriamente i 36 miliardi del MES. Soltanto un deciso calo dello spread tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato eviterà l’accesso al Fondo Salva Stati”. Gronda l’entusiasmo per questo straordinario destino unito alla scoperta dell’uovo di Colombo. In Europa sanno -se del caso- come convincere l’Italia a piegarsi. Gli fa eco David Carretta, inviato di Radio Radicale a Bruxelles e molto esperto di cose europee che sintetizza il tutto con forse maggiore chiarezza. Il tutto dissimulato da un dubbio amletico di pura forma. “Il Recovery Fund in caso di accordo entrerà in funzione nel 2021. La Commissione per il 2020 propone una soluzione ponte di 11 miliardi. Da dividere tra i 27. Dopo i festeggiamenti (“suoi” aggiungo io) per i 172 miliardi, il governo si trova di fronte alla solita domanda: Mes o non Mes?”.


Si mangerà sicuramente le mani il povero ministro Roberto Gualtieri che nell’audizione alla Commissione Bilancio di due giorni fa, forse ormai scoraggiato e convinto di un ormai certo mancato ricorso da parte dell’Italia al Meccanismo Europeo di Stabilità, decide di vuotare il sacco e raccontare la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità ai colleghi deputati nel mentre illustrava il De-cretino Rilancio. Il fabbisogno finanziario aggiuntivo legato all’emergenza COVID risulta pari ad 1,792 miliardi. Queste sarebbero quindi le spese effettivamente finanziabili ricorrendo al MES che in cambio chiede però il privilegio del rimborso del suo credito così trasformando tutti gli oltre duemila miliardi di BTP, BOT e CCT in titoli subordinati modello Banca Etruria. Bene e quindi con gli altri 35 miliardi e più che il Mes vuole in tutti i modi prestarci cosa ci facciamo? Ci copriamo spese non finanziabili così contravvenendo alla supposta unica condizionalità (che poi sappiamo unica non essere) dello strumento, ovvero il rimborso di costi diretti ed indiretti legati all’emergenza coronavirus? Oppure la birra?

Forse la giusta soluzione di compromesso in proposito potrebbe averla trovata il sottosegretario pentastellato agli affari esteri Manlio di Stefano. “Una statua a Conte e al M5S” grazie al quale è stato reso possibile il miracolo del Recovery Fund. Articolo di Fabio Dragoni


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