Il senso di Bini Smaghi per il Mes

Il banchiere, ex BCE, ripropone la favola surreale del Fondo senza condizionalità. E poi esalta l’Omt, che persino a giudizio della Lagarde, “non è lo strumento giusto”.


Mentre l’Italia colloca il suo debito con grande facilità, prosegue la manovra di accerchiamento pur di costringerci a ricorrere al Mes.


Il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis -cui della nostra sanità è sempre importato meno di zero- all’improvviso viene colto dall’irrefrenabile frenesia di ricordarci che dobbiamo “rafforzare la resilienza e la capacità del sistema sanitario” migliorando il coordinamento tra Stato e Regioni.


Tutte spese in passato tagliate per rispettare i vincoli di bilancio ed oggi diventate improvvisamente improcrastinabili.


Con quali soldi? Ma ovvio quelli del Mes.


Dalle colonne del Corriere Lorenzo Bini Smaghi, banchiere con un passato in BCE, ricorda invece come i dubbi in merito all’ “imposizione di condizioni macroeconomiche” siano stati fugati. Probabilmente deve terminare la lettura del regolamento 472/2013 il cui articolo 14 riporta che i debitori del Mes sono comunque tenuti alla sorveglianza post programma con tanto di imposizione di “misure correttive” in caso di necessità. Diamogli il tempo di finire.


Nel frattempo, ci ricorda anche che chi ricorre al Mes potrà contare sulle cosiddette OMT, ovvero operazioni di acquisto di bond sovrani con scadenza da uno a tre anni da parte della BCE. Pure qui Bini Smaghi deve essersi perso la lettura dello stesso Corriere. “L’OMT resta uno strumento importante” rispondeva Christine Lagarde in un’intervista pubblicata mercoledì.


“Ma non penso sia lo strumento più adatto per far fronte alle conseguenze economiche della crisi sanitaria prodotta dal Covid-19” il presidente della BCE. Per far fronte a questa emergenza esiste un programma di acquisti di 750 miliardi grazie al quale Francoforte acquista titoli con scadenza fino a trent’anni e senza peraltro tutte le spiacevoli macchinosità delle OMT che obbligano la BCE a ritirare dal sistema ogni euro di liquidità introdotto con l’acquisto di un Btp.


Pure questo Bini Smaghi dovrebbe saperlo sebbene l’operazione sia stata congegnata dopo la sua uscita dal board di Francoforte. Rimane infine il tema del costo. I soldi dati dal Mes costerebbero quasi nulla mentre l’Italia a dieci anni paga l’1,8%. Ogni anno si risparmierebbero settecento milioni. Pure su questo c’è molto da obiettare. Il Mes presta infatti applicando un margine dell’0,13% (comprensivo di commissioni) non a zero bensì al costo con cui si finanzia a sua volta.


Ad oggi non può quindi finanziare gli Stati ad un tasso inferiore allo 0,76%. Mentre in caso di riacquisto dei BTP da parte della BCE il costo del finanziamento sopportato dallo Stato è quasi prossimo allo zero dal momento che oltre l’80% degli acquisti verrebbe effettuato da Bankitalia che rigirerebbe poi, come da anni sta facendo, gli interessi incassati sotto forma di dividendo al Tesoro stesso. Una partita di giro che porterebbe il costo effettivo ad un valore di poco superiore allo 0,3%.


Bini Smaghi dimentica infine di considerare come un credito privilegiato debba naturalmente costare meno rispetto agli altri. In caso di insolvenza dell’Italia, verrebbe infatti rimborsato per primo rispetto a tutti gli altri risparmiatori ed essendo in legge estera in caso di eurexit quel credito non sarebbe rinominato in lire.


Senza quindi un potenziale rischio di svalutazione ci mancherebbe anche che non costasse di meno. Ma esiste comunque la prova del nove.

Perché il Mes non sottoscrive un normalissimo Btp in legge italiana a quelle stesse condizioni che vorrebbe applicare sulla sua linea di credito? Cosa aspetta? Articolo di Fabio Dragoni


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