Flavio Briatore compie 70 anni e si racconta in un'intervista esclusiva.

Flavio Briatore compie 70 anni il prossimo 12 Aprile ma festeggiare “in grande stile” con una festa non se ne parla e così l’imprenditore, come racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera è a Montecarlo con il figlio Nathan Falco ed Elisabetta Gregoraci.



Compiere gli anni (70) ai tempi del virus. In un altro momento Flavio Briatore forse avrebbe organizzato una di quelle feste epocali amate dai giornali di gossip, oppure si sarebbe concentrato ancora di più sul lavoro, sul suo gruppo di mille dipendenti, e avrebbe fatto finta di niente. «Che traguardo è? Uno di quelli che non vorresti tagliare, se mi dicessero che c’è una strada per scartarlo la prenderei subito». Oggi però assume tutto un altro significato, il momento giusto per fare un po’ di ripasso («In F1 ho vinto 7 mondiali in 18 anni, non male») e per inquadrare un futuro complesso. «Oggi la sfida è restare vivo e salvare i posti di lavoro», ride ma solo un po’. «Ma forse io il virus l’ho già avuto, sono stato male a dicembre, il dottor Zangrillo mi ha detto che può essere».


Che fa chiuso in casa? «Videoconferenze con i miei collaboratori. Sono a Montecarlo, sto molto di più con mio figlio Nathan Falco, che ha 10 anni. Anche Elisabetta (Gregoraci, ndr) è qui, ce lo godiamo».


Cosa racconta a suo figlio? «Che lui è molto fortunato, che non tutti hanno le sue possibilità, c’è chi vive in 40 metri quadrati. È importante spiegargli i valori: io ho fatto molta più fatica di lui, però lui dovrà comunque impegnarsi al massimo. A parte che se non sarà all’altezza, ci sarà chi lo controlla».


Il suo è uno dei settori più colpiti. «Sì, tutti i Paesi in cui abbiamo ristoranti sono chiusi. In Italia stavamo per iniziare le assunzioni degli stagionali. Ma è una catastrofe per tutta l’economia. Così in qualche mese la Cina comprerà tutte le migliori aziende italiane. Il virus ci costringerà a cambiare ragionamenti».


In che senso? «È necessario precedere il virus, non inseguirlo. Ora dobbiamo cominciare a ragionare col virus, conviverci. Dobbiamo minimizzarne l’impatto perché la nostra vita è cambiata per sempre».


Una cosa che le istituzioni dovrebbero fare subito. «Parlare con una voce unica, politica e dottori. Non destabilizzare le persone. Abbiamo fatto molti errori, come far circolare il virus. C’era l’esempio della Cina, ci siamo fatti trovare impreparati».


Anche il suo amico Donald Trump ha sottovalutato, no? «Non lo sento da mesi, ma certo anche lui, come noi, come Macron, come Johnson. Se sarà rieletto? Penso di sì, non ha oppositori seri».


Ormai parla più di politica che di F1. «La F1 è lontana».


Le manca? «Mi manca gestire un team, avere continue decisioni da prendere, è una sfida continua. L’altro giorno con Alonso abbiamo ricordato il Gp del Brasile quando pioveva ma abbiamo deciso di partire con le gomme da asciutto, ho detto “se lo dico ad Alonso non parte”. Lo ha scoperto che era in macchina, aveva due occhi spalancati: “Ma qualcun altro fa come noi?”, “Il tuo compagno di squadra”. Era ultimo, è arrivato terzo».


A chi è legato della F1? «Veramente mi hanno fatto la guerra tutti. Io sono entrato con la Benetton, eravamo quelli che facevano i maglioni. Per me la F1 era un prodotto come un altro. Poi ho vinto Gp con tre team, Benetton, Ligier e Renault, e 7 Mondiali in 18 anni. Ma invece di dirci bravi, qualcuno mi ha odiato tutta la vita come Mosley, l’ex presidente della Fia. Poi mi ha aiutato Ecclestone, e abbiamo fatto cose buone con Montezemolo, quando con la Fota ci siamo opposti a Mosley: nel 2009, abbiamo riunito in fabbrica da noi tutti i team principal alle due del mattino».


Per l’incidente a Singapore di Piquet jr deciso a tavolino lei è stato fatto fuori. «Mosley me l’aveva giurata. Mi hanno incolpato di tutto, ma poi sono stato riabilitato da un Tribunale di Parigi».


È mai stato vicino alla Ferrari? «Qualche chiacchiera con Giraudo, ma no. La Ferrari è un po’ il sogno di tutti, non penso sia complicato gestirla. Quando c’era Alonso c’è stato qualche contrasto con Mattiacci: la colpa era sempre di Fernando. Continuo a non capire come la Ferrari non vinca: ha i finanziamenti, ha la storia, ha meccanici bravissimi, credo che manchi un raccoglitore di tutto».


La carriera di Alonso non le lascia molti rammarichi? «L’unica cazzata è stata andare in McLaren. Il grosso rimpianto è la Ferrari, ha perso due Mondiali non per colpa sua. Il primo, nel 2010, era già vinto e c’è stato l’errore del muretto. È stata una botta troppo dura, non avevo mai visto Fernando piangere. Sarebbe cambiata la storia della F1, l’anno dopo con una motivazione incredibile avrebbe vinto ancora, Domenicali e Montezemolo sarebbero rimasti. Dopo quell’episodio sono nate le incomprensioni. Ma io avevo capito...»


Che cosa? «Si era cominciato a festeggiare troppo. Mi era successo anche con Schumi. Convinti che avrebbe vinto il Mondiale a Suzuka, avevano organizzato una festa con tre tonnellate di ostriche e gamberetti. Non vincemmo: ci siamo ritrovati in tre tra i gamberetti, io, Schumi che non parlava e il suo manager».


Il podio dei migliori piloti di adesso. «Hamilton, poi Verstappen e Leclerc. Vorrei vedere questi due assieme nello stesso team».


E dei suoi tempi? «Senna e Schumi assieme, perché non abbiamo potuto vederli gareggiare davvero contro, poi Fernando: avessi un team io lo prenderei, è un rottweiler, fisicamente intatto, sbaglia pochissimo».


La F1 di Briatore sarebbe più vicina a quella di Ecclestone o a quella di Liberty? «50 e 50. Con Bernie ho fatto guerre sulla comunicazione, ma con lui un problema lo risolvevi in tre minuti. Ora manca un capo».


La F1 sta introducendo il budget cap, vecchia idea. «Sempre detto, tutto quello che non si vede deve essere uguale. Più ci sono macchine simili, più emergono i piloti migliori, più i team medi possono concorrere, essere competitivi. Il budget cap lo fai non fissando una cifra, ma col regolamento: tot alettoni a disposizione, tot ore di gallerie del vento. E le gare devono essere più brevi, due da 40 minuti».


Adesso che ha 70 anni... «Ancora... Se penso a come mi sembrava vecchio mio nonno a questa età. Mi consola il mio amico Bernie che diventerà papà a 89 anni».


Gli ha fatto i complimenti? «Pensavo fosse uno scherzo, me lo ha detto prima sua moglie Fabiana. La gente giudica, ma ora Bernie sa che il figlio farà compagnia a sua moglie quando non ci sarà più».


Confessi il ricorso al chirurgo estetico. «Ci sono andato solo una volta, 8 anni fa, per il doppio mento, ma nient’altro».


Che voto dà ai suoi 70 anni? «Per dare un voto devi vedere da dove uno parte. Io sono partito da Verzuolo, un paesino sconosciuto, e da niente. Quindi mi do un bel voto, 7 e mezzo».


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